Visitatore : 166507

Home Page

Lo Studio
Introduzione
La Consolare Valeria
Le Necropoli
Tindari
Il Nauloco
Diana Facellina
Donna Villa
Patti Città
Conclusioni
Bibbliografia

Forum
Entra nel Forum

Altre Notizie
Approfondimenti
Links

Contatti
Contatta Autore
Contatta Web Master

Patti Città

Diverse sono le tesi che si sono sostenute sull'origine della città di Patti: alcune fantasiose, altre semplicistiche, altre ancora molto riduttive dal punto di vista storico. Confortato da quanto descritto nella precedente esposizione, mi accingo adesso a presentare un mio contributo. Accostandomi e in parte condividendo la teoria sostenuta, per la verità molto timidamente, da alcuni che Patti sia coeva di Tindari, tenterò di dimostrare che non solo ambedue le località coesistevano, ma che Patti, almeno fino ad un certo periodo, era più sviluppata di Tindari, sia sotto il profilo politico sia sotto quello commerciale. Oggi, per poter tentare una ricostruzione storica sull'insediamento urbano di Patti centro, è indispensabile, non avendo altri elementi certi, avviare il discorso iniziando dalla necropoli di contrada Monte e proseguendo poi nella disamina sugli insediamenti, ai quali, per semplice comodità di individuazione, ho dato la denominazione di "Epacten" (Έπακτήν). Il grande giacimento archeologico funerario di contrada Monte può farsi risalire, per quanto se ne può stabilire dai reperti fino ad oggi rinvenuti, al X-VIII sec a.C. Ciò chiaramente vuol dire che sino a quel periodo certamente nella zona vi era un insediamento abitativo. Assodato questo inconfutabile fatto, si tratta di stabilire dove potesse essere ubicato il nucleo.

Un primo superficiale esame dell'orografia della zona farebbe supporre idonea, per la nascita di un nucleo abitato, l'area pianeggiante denominata Valle Sorrentini. La teoria potrebbe essere suffragata dalla poca acclività del sito, dalla presenza di abbondanti acque sorgentizie e dalle difese naturali molto accentuate. A queste condizioni favorevoli si contrappongono il poco spazio per lo sviluppo dell'agricoltura e della pastorizia, la intensa umidità costantemente presente per la ridotta esposizione al sole e il fatto che nello stesso sito siano state localizzate tombe. Comunque la possibilità che vi fosse un nucleo urbano non è completamente da escludere, ma, considerato che sull'area non sono stati rinvenuti resti che possano attestare insediamenti abitativi, è consigliabile rinviare la trattazione della questione, dopo una eventuale accurata ricerca. Nel XII sec. a.C., a causa dell'improvvisa minaccia da parte di popoli tutt'altro che pacifici, quali gli Ausoni, i Morgeti e i Siculi, provenienti dal continente europeo, gli abitanti dei villaggi esistenti sulle coste furono costretti a riedificare i propri insediamenti sulle colline e, soprattutto, intuirono la necessità di organizzarsi in comunità più consistenti per poter meglio difendersi. Questo dato potrebbe far pensare che il sito più favorevole per ottenere dei buoni risultati fosse la stessa collinetta di Monte, sulle pendici della quale si costruirono le tombe. In effetti sulla cresta della collina sono ancora visibili dei manufatti risalenti anche allo stesso periodo di quelli funerari, ma certamente adibiti ad usi abitativi o comunque diversi. Per portare un esempio più noto, si può sostenere che l'organizzazione della collina era come quella di Pantalica.

La collina denominata contrada Monte trovasi immediatamente di fronte a quelle sulle quali sorge il nucleo originario della città di Patti, ad occidente del torrente Provvidenza. Come e per quale motivo può sostenersi la tesi che su questi rilievi sia potuta nascere e prosperare un'altra comunità? Per prima cosa vi è da sottolineare che nelle contrade Monte e Valle Sorrentini, almeno fino ad oggi, non è stato possibile rinvenire alcun reperto la cui fattura possa farsi risalire a periodi che vanno dopo l'VIII° sec. a.C. Secondariamente, l'intensità insediativa delle tombe è tale e talmente estesa che indubbiamente vi fu un esaurimento delle attività vitali e di frequentazione del sito così rapido da far pensare, più che a un abbandono forzoso, ad un progressivo spopolamento. La riduzione degli spazi vitali per sovraffollamento in un' area così acclive e poco produttiva per le abbondanti rocce che ne compongono il terreno ha probabilmente consigliato gli abitanti a trasmigrare in un sito meno naturalmente ostile e ugualmente difendibile, come quello di provenienza. I terreni a sud dell'attuale centro storico di Patti presentano, infatti, ottima fertilità, sono poco acclivi, offrono grosse emergenze idriche.

Le colline, sulle quali molto verosimilmente si insediarono i nuclei familiari, emergevano dalle valli circostanti, senza farne comunque perdere la visibilità, importante per la difesa. Non è nemmeno da escludere la possibilità che, a seguito delle incursioni dei Siculi e degli Ausoni, questi si siano amalgamati alle popolazioni locali, ne abbiano incrementato la consistenza a tal punto da rendere insufficiente l'area di contrada Monte e che abbiano, insieme, creato un'altra comunità ad oriente del torrente Provvidenza, dando origine ad un nuovo primo nucleo abitato. Siamo nel XIII-XII sec. a.C.: Tindari già esisteva, seppur come piccolo villaggio, lo testimoniano i reperti funerari rinvenuti sotto l'insula IV^. Ma perché di Patti centro non vi è traccia nella storia? Perché, poi, non vi sono reperti che possano ricondurci con certezza al periodo preistorico e ai periodi che vanno fino al bizantino? Se, come ho evidenziato precedentemente, il territorio di Patti era intensamente abitato, tale intensità si è nel tempo incrementata nelle zone dove il commercio e le necessità di strategia militare avevano più opportunità di sviluppo. Le colline di Patti, poste a quote intermedie e non vicinissime al mare, non offrivano condizioni naturali per una siffatta combinazione. Invece, si prestavano bene per condurre una vita tranquilla, avulsa dai continui capovolgimenti politico-militari, che pur tutta la zona aveva vissuto. Poteva cioè considerarsi un'isola felice, alla quale tutti, all'occorrenza, potevano attingere, perché non ostile a nessuno, almeno nei tempi antichi, o fino a quando strategie e commercio cambiarono usi e sistemi.

Leggendo la storia di Patti, può notarsi che la filosofia del trasferimento iniziata dagli abitanti di contrada Monte si ripeté nel corso dei secoli per altre località del territorio ed andò avanti fino al IX sec. d.C. Doveva così esistere, ove attualmente sorge il centro storico, una piccola città, una "Policne" salvaguardata da tutti e per questo conservata in prosperità. Policne, dal greco πολίχνη, significa piccola città; certamente un termine a prima vista generico, ma nella Grecia antica esso veniva attribuito anche come nome proprio, soprattutto a quelle località, che, prive di interesse strategico , facevano da supporto a tutti, conquistati e conquistatori, vinti e vincitori. Queste piccole città erano tenute in seria considerazione per la convenienza di tutti e dunque mai distrutte. E allora, se la Policne non è stata mai distrutta, evidentemente si è rigenerata costantemente nel tempo senza mai scomparire. Ciò significa che i fabbricati sono stati ristrutturati o riedificati uno sull'altro, senza lasciare nulla di inutilizzato: stesse pietre, stesse fondazioni, stessi siti. Può significare anche che, scavando accuratamente sotto i fabbricati della Policne, potrebbero emergere testimonianze di una storia antica, anche più vetusta di Tindari. Durante i lavori di manutenzione straordinaria di un tratto del vicolo Vizzolo, nello scavo effettuato nello slargo immediatamente ad ovest dell'arco quattrocentesco, sono venuti alla luce muri di fabbricati e, sotto di essi, altre strutture ancora più vecchie, tutte coperte da una grande quantità di materiale di riporto, costituito solamente da sfabbricidi, provenienti da demolizioni di preesistenti fabbricati.

Questa prima tesi è certamente affascinante, ma credo non surreale, se si fanno delle serie considerazioni sui rinvenimenti, in parte casuali, avutisi in alcune zone del centro storico di Patti. Nel corso di alcuni lavori di scavo, eseguiti per diversi motivi nelle zone in questione, sono venuti alla luce anforette, alcune delle quali finemente decorate (vedi foto ), materiale lapideo di riutilizzo e cocci di terracotta risalenti a vari periodi. Non vanno trascurate neppure le strutture bizantine portate alla luce recentemente dalla Soprintendenza di Messina, durante i lavori di restauro della Chiesa di Sant'Ippolito. Da scavi eseguiti in locali a tergo del tempio, sono emersi altri muri, impostati a quota più bassa rispetto a quelli bizantini, che potrebbero far pensare a costruzioni di epoca antecedente. Certamente è utopistico pensare ad una campagna di scavi che interessi tutto il centro storico di Patti in maniera massiccia, ma vigilare sui lavori che si eseguono, o anche più semplicemente sulle ricostruzioni e sulle ristrutturazioni di fabbricati, sarebbe opportuno, utile, poco impegnativo. Un altro motivo per il quale non esistono più edifici antichissimi può farsi risalire al fatto che gli amministratori e i vescovi pattesi succedutisi nei secoli, vuoi per non ampliare il nucleo urbanizzato per motivi economici e di difesa, vuoi perché convinti di perseguire il continuo ammodernamento, hanno preferito distruggere e sostituire anziché conservare.

Si è detto sopra che Πολίχνη si traduce in "piccola città" ma, per assonanza, il termine Polline può farsi derivare appunto da Policne? Credo proprio di sì. Polline è infatti quel quartiere del centro storico, che topograficamente fronteggia contrada Monte; i casuali ritrovamenti si sono avuti proprio in quella zona, nella quale ricade anche la chiesa di Sant'Ippolito. Tutte le circostanze inducono a localizzare la Policne di origine ellenica nel quartiere Polline, che certamente fu il nucleo originario della città di Patti, sviluppatosi su un insediamento preistorico di cui però non si hanno, fino ad oggi, tracce. Durante il periodo di maggior prosperità che molto probabilmente coincise con i 60 anni di pace che la zona godette, dopo la vittoria di Timoleonte, nel IV sec a.C., alcuni abitanti tentarono di espandere il nucleo abitato verso nord, costeggiando il torrente Provvidenza e il burrone oggi denominato Acquafico, allora affluente del primo. Trovano così giustificazione gli affioramenti ellenici a nord dell'attuale ospedale e le "notizie" su altre strutture venute casualmente alla luce durante lavori di costruzioni private, poi sistematicamente e repentinamente smentite, senza che sia stata data a chi di competenza la possibilità di verificarne l'attendibilità. L'area interessata dalle suddette "dicerie" è quella che costeggia ambo i lati il corso Matteotti. Ora, giustamente, la Soprintendenza di Messina a scopo cautelativo prescrive che, per tutti i lavori di scavo che debbano effettuarsi nella zona, sia preventivamente avvisata la propria sezione archeologica, per la vigilanza.

Questa attenzione supporta la mia tesi, perché suscettibile di approfondimento, studio, conferma e auspicabile verifica. Con la scoperta della Villa Romana, si conferma ulteriormente che la zona era interessata da insediamenti abitativi per il periodo che va dal III sec. a.C. al X sec. d.C. Sotto le strutture romane della Villa del I sec. d.C. sono venute alla luce opere murarie di epoca precedente, per cui il complesso monumentale vede sovrapposti ben quattro periodi, senza contare la chiesetta di Sant'Erasmo: il pre-romano verosimilmente ellenico; il romano del I sec. d.C.; il romano del IV sec. d.C. e il bizantino. In ogni caso i reperti rinvenuti provano che la Villa è stata abitata, anche se parzialmente, fino al X-XI sec. d.C.; dopo, anche perché iniziavano le incursioni dal mare, gli abitanti si saranno sicuramente rifugiati in area più sicura, quale poteva essere la città di Patti, ormai fortificata. Alla luce delle superiori considerazioni, si potrebbe dedurre che il primo nucleo abitato della città di Patti ebbe origine sul sito ove attualmente sorge l'attuale quartiere Polline, tenendo però conto che la denominazione di Policne quasi certamente fu data in tempi ormai influenzati dalla cultura ellenica, e cioè nell'VIII° sec. a.C. Ho già detto che avrei denominato il nucleo di abitazioni elleniche scoperte in contrada Acquafico "Epacten" (Έπακτήν); risalendo alla etimologia greca, questo termine può significare: sulla sponda, sul promontorio, presso le acque.

Orbene, qualunque di queste traduzioni venga scelta può benissimo essere applicata all'insediamento della Policne e a quello dell'Acquafico. Se, poi, si osserva una delle cartine topografiche presenti in questo volume, si può verificare che l'ubicazione dell'una e dell'altra zona presenti i requisiti idonei per poter aver attribuita la denominazione in questione. Ma si può anche notare che le due zone, se non contigue, sono certamente attigue e pertanto assemblabili in unico centro abitato, quale sicuramente doveva essere fino al III-IV sec. d.C., per cui oserei denominare la Patti antica: "Policne Epacten" (Πολίχνη Έπακτήν). Con bolla del 1094, il gran conte Ruggero d'Altavilla fondava in Patti il monastero del SS. Salvatore, nominando abate il frate benedettino Ambrogio, reggente il monastero di Lipari, ed al quale dava funzioni vescovili. Il fatto che Ruggero decidesse di fondare in Patti un monastero dimostra inequivocabilmente che già un nucleo abitato esisteva, forse piccolo, ma certamente di valenza non indifferente. Nel IX sec. (827) i musulmani distrussero Tindari e l'ultimo vescovo Teodoro fu trasferito a Siracusa, sede Metropolitana. Rocco Pirri nella sua Sicilia Sacra scrive: «Crediamo che il Vescovo di Tindari abbia avuto la sua sede in quella parte della città che è posta su un colle, il quale, a giudizio di molti, si nomò Patti». Ora le cose sono due: o il Pirri, probabilmente non pratico della zona, confuse la parte del colle di Tindari sul quale sorge il Santuario con la collina del centro storico di Patti ove si trova il Palazzo Vescovile, oppure anche ai tempi della Diocesi di Tindari, e quindi agli albori della diffusione del Cristianesimo in Sicilia, i Vescovi di Tindari usavano risiedere pure a Patti.

Se l'ipotesi più credibile fosse la seconda, ci troveremmo davanti ad un'altra inconfutabile prova che già nel IV secolo dell' era cristiana il nucleo urbano di Patti era così importante, da meritare la residenza, foss'anco stagionale, di un Vescovo. Non oso pensare che il Pirri attingesse ad altre fonti, senza prima averne accertato la serietà della provenienza. Lo storico Vito Amico nel Lexicon Topographicum Siculum sostiene che il nucleo abitato di Patti esisteva al tempo dell'imperatore Traiano, cioè nel II° sec. d.C. L'illustre concittadino Filippo Irato nel volume Patti nella storia afferma che, secondo la tradizione, il quartiere Polline trae la sua denominazione dal dio Apollo, che in quella zona si venerava durante il periodo ellenico. Sono così tante le notizie tramandateci sulle origini di Patti, ma sono convinto che i primi a dare impulso vitale alla zona furono i Siculi già nel XII-XI sec a.C., provocando indirettamente o agevolando il trasferimento da contrada Monte. Dopo la distruzione di Tindari, i pochi abitanti rimasti si dispersero nel territorio dell'ex Tindaride, fondarono altri villaggi -fra cui Scala e Oliveri - e sicuramente il nucleo più consistente si trasferì in Patti, divenuta ormai centro protetto e sicuro.

Nel 1115, amareggiata per l'immane delusione avuta dal suo secondo sposo, si ritirò in Patti la regina Adelasia, moglie del gran conte Ruggero e madre di Ruggero II°, primo re di Sicilia. Adelasia, figlia di Manfredo, marchese del Monferrato, sposò Ruggero d'Altavilla, che era giunto al terzo matrimonio. Dal matrimonio nacquero due figli: Simone, deceduto a soli 10 anni, e Ruggero. Fino alla maggiore età di quest'ultimo, Adelasia regnò saggiamente sulla contea di Sicilia e Calabria; stabilì la capitale in Palermo e, seguendo l'insegnamento del marito, tenne sotto controllo le conflittualità fra i nobili e fra le varie componenti religiose (rito bizantino e latino), dando alla Sicilia un periodo di grande prosperità e pace. Quando nel 1112 ella decise di andare in seconde nozze a Baldovino, re di Gerusalemme, con l'impegno che, se non fossero nati figli, quest'ultimo regno sarebbe andato a Ruggero, iniziò il suo declino e più che altro la sua infelicità. Dopo due anni dal matrimonio e solo perché Baldovino fu costretto a sciogliere un voto in punto di morte, Adelasia scoprì che suo marito era già sposato e che, in virtù di quel voto, la moglie legittima doveva riprendere il proprio posto. Adelasia, truffata, derubata delle immense ricchezze che aveva portato in dote, affranta dal dolore per la grave delusione subita, non ebbe il coraggio di rientrare alla corte di Palermo e stabilì la sua residenza in Patti. Non si sa bene il motivo che indusse la regina a scegliere Patti anziché un'altra località; ma evidentemente, stando alla logica che guidava le scelte dei regnanti, la nostra città doveva essere importante, ben protetta e soprattutto fra le prime del Regno, anche economicamente.

Adelasia morì nel 1118 e, per sua scelta, fu sepolta in una cappella del monastero. Oggi la sua sepoltura si trova nella Cattedrale in un sarcofago rinascimentale ubicato nella cappella di Santa Febronia. Ho voluto dedicare uno spazio particolare alla regina Adelasia, oltre che per la sua valenza storica, anche per evidenziare come la città di Patti continuava ad essere tenuta nel periodo normanno in grande considerazione. Interessante fu il ruolo di Patti e dei suoi Vescovi nel periodo Svevo. Nel 1197 moriva Enrico VI, incoronato re di Sicilia dall'arcivescovo di Palermo Bartolomeo Offmil, dopo la morte di Tancredi, ultimo erede della dinastia Normanna. Essendo ancora minorenne il futuro Federico II, fu nominato reggente del regno di Sicilia il conte di Brenna. Grazie alla buona politica del vescovo di Patti, Stefano, gli Svevi instaurarono buoni rapporti con la Chiesa pattese, tant'è che il conte di Brenna, mentre era nella sue funzioni, credette opportuno fare visita al Vescovo Stefano che volentieri l'ospitò. Il Conte, durante questo soggiorno, morì a seguito di un intervento chirurgico al quale fu costretto a sottoporsi nella nostra città, per violenti dolori provocati da calcoli renali. Nel 1208 Federico II si insediò ufficialmente e con pieni poteri quale re di Sicilia.

Nel 1220 venne consacrato imperatore. Nel periodo di anarchia che succedette alla morte di Tancredi, gli ultimi notabili musulmani, alcuni baroni tedeschi e parte della nobiltà siciliana crearono il caos. Federico II con una politica energica riprese in pochissimi anni il controllo del regno e punì i ribelli ed i più riottosi. Fra le vittime della repressione vi fu l'abate di Naso, Guerras, che fu spogliato di tutti i suoi beni, a favore del Vescovo di Patti. Quindi Federico donò alla Chiesa pattese i possedimenti della chiesa di San Lorenzo di Carini e il casale della Rocca di Misilmeri completa di villani e terre coltivate. Assegnò ancora venti marinai di Santa Lucia di Milazzo, le miniere di allume di Vulcano (perché tale minerale era molto usato a Patti per la presenza di parecchie concerie), i boschi di Sinagra, Ficarra etc. E' chiaro che tutte queste donazioni siano state frutto della saggia politica dei vescovi di Patti e dell'alta considerazione nella quale la città di Patti era tenuta. Federico morì il 13 dicembre 1250 a Fiorenzuola di Puglia. Il suo corpo venne trasferito in Sicilia ed entrò in Messina il 3 febbraio dell'anno successivo. Da questa città fu fatto sostare a Patti, ove rimase esposto per più giorni in Cattedrale, e poi trasportato in Palermo, dove ebbe luogo la sepoltura. Non si sa ancora per quale motivo il corpo di Federico sia stato trasportato a Patti.

Alcuni dicono perché vi fu una serie di temporali che resero sconsigliabile la navigazione, anche se, in effetti, il corteo era nelle condizioni di proseguire per via terra. Comunque, non avendo a proposito notizie certe, può anche supporsi che l'onore di poter esporre i resti mortali di un così grande Imperatore (Stupor mundi) sia stato concesso alla città di Patti per i suoi meriti e per la sua importanza.

A questo punto ritengo che proseguire nell'elencazione cronologica di fatti storici mi porterebbe fuori dal tema che mi sono proposto di trattare in questo lavoro. Finita la mitologia ed esauriti gli eventi che hanno avuto trame significative e nello stesso tempo talmente avvincenti da far pensare a storie fantastiche, mi limiterò a descrivere per sommi capi le altre caratteristiche più rilevanti della città, nei periodi successivi a quelli sin qui trattati. Le ricerche fatte da me, nella qualità di presidente della Pro Loco prima e dell'Associazione Epacten dopo, hanno permesso di scoprire l'esistenza di alcuni acquerelli realizzati durante la dominazione spagnola e conservati presso la Biblioteca Nacionale di Madrid. Nel primo disegno (vedi quadro ) sono rappresentate nella parte inferiore la costa della nostra zona e, nella parte superiore, un panorama della città di Patti, presumibilmente vista da nord-est. Nell'acquerello a colori, si possono notare alcuni fabbricati ancora esistenti. La città risulta fortificata, chiusa in una cinta muraria robusta e salvaguardata da ben 17 grandi e piccole torri. Il dipinto risale alla fine del XVI secolo e già la città cominciava ad espandersi fuori le mura. Vi si nota il primo borgo nato nell'area a sud-ovest, corrispondente all'attuale zona comprendente le vie: S. Antonio Abate, Giuseppe Ceraolo, Arimondi, Magretti, V. Emanuele, Monte di pietà, Pascoli, Toselli, Roma, Porte della città, Fratelli Bandiera, Turati e qualche fabbricato più ad est, ove qualche secolo dopo si formerà la zona che attualmente gravita attorno alla chiesa di San Nicola.

Un altro disegno riproduce la planimetria della città . La zona dentro le mura graficamente non è sviluppata. Sono evidenziate le fortificazioni, con le torri e le sei porte che vengono denominate:porta delli morti (ad ovest, sotto il castello, all'altezza dell'attuale casa E. Fortunato), porta nova (alla estremità del quartiere Polline, sulla stradina che conduce al torrente Provvidenza), porta di San Micheli (l'unica ancora visibile integralmente, contigua alla omonima chiesa), porta delle Buccerij (alla fine della via Roma; è visibile uno stipite ed un cardine), porta reali (sulla via XX Settembre, all'altezza dell'incrocio con la via F.lli Bandiera; è ancora visibile uno stipite), porta falsa (era ubicata ove è attualmente l'ingresso del museo diocesano). Di questa, della porta nuova e di quella delli morti non esistono più tracce. Delle 17 torri è visibile soltanto quella denominata "del palombaro". Di un'altra, a forma circolare e demolita nel 1969, a seguito del parziale crollo del castello, residenza dei Vescovi, esiste qualche foto . Un terzo disegno riproduce la pianta del Castello e della Cattedrale. Sono visibili, oltre le strutture murarie principali, le tre absidi. Queste erano di forma circolare, mentre ora hanno chiusura con muratura retta.

Il crollo delle absidi originarie fu provocato dal sisma dell'11 gennaio 1693. In quella circostanza andarono distrutti anche il tetto e l'ultima elevazione della torre campanaria, molto probabilmente per l'ampiezza delle aperture. Queste infatti erano formate da trifore, come può vedersi dal quarto disegno . Quest'ultima tavola, rappresenta il Castello e la Cattedrale in prospettiva. Sono chiarissime le tre absidi dai decori esterni simili a quelle della coeva Cattedrale di Cefalù; il campanile con le trifore nell'ultima elevazione, la torre del palombaro, quella distrutta nel 1969 e la parte superiore della struttura che conteneva la porta falsa. La situazione descritta nei quattro disegni è riferita all'anno 1596 e dello stesso periodo è la descrizione delle coste del Regno di Sicilia, con annotazioni del cavaliere Tiburzio Spanoqui, gentiluomo della casa di Sua Maestà Spagnola. Le spiegazioni dello Spanoqui riguardano l'organizzazione del sistema di avvistamento e di guardia costiera e sono riportate nel documento rinvenuto da me presso la stessa Biblioteca di Madrid.
Il contenuto dell'atto in questione è il seguente:



Vedi Foto Documento [ ] [ ] [ ]


Patti ha di marina circa sei miglia cioè da Minissaro all'Oliveri cioè mezzo miglio da lo Minissaro alli magazzeni, e 5 circa da li magazzeni all'Oliveri, per guardia della quale manda la Città, come s'à detto, un huomo alla torre del capo di Calavà in compagnia di quello de la Gioiosa, pagato ad una onza il mese, e comandalo così fuora dal suo territorio per accordo fatto anticamente. Manda in più dui cavalleri pagati ad una onza e 12 al mese per uno dal patrimonio della Città li quali guardano da lo Minissaro a li magazzeni, et dui altri da li magazzeni a Mongioia pagati pure allo istesso prezzo, ed essi si pongono e si levano quando dal comandante comandati. Questi passeggiano la notte per la marina e se va scoprire vascelli, uno di essi va a farlo intendere alla città e un altro alla torre delli magazzeni, e poi va scrutando li vascelli. Nella detta torre dei magazzeni, vi stanno a guardia dui uomini d'inverno e di estate, di giorno e di notte pagati in questo modo cioè riscuotono isto ingaggio dalle barche picciole un accontino e dalle grosse una tassa de li quali denari, ne va la metà al vescovo e gli altri se li spartiscono fra di loro. Et di più de li casali di Patti chiamati Sorrentini e dalle montagne, riscotono nautro per testa da quelli che sono loro asserviti come vedove, soldati et borgesi, et provvisioniari, della quale tassa si incassa in tutto 18 onze l'anno de le quali: 4 se ne spendono in officiali per riscuoterle et 14 se ne spartono fra di loro e ne tocca i per uomo, de isto ingaggio ricaveranno 3 onze per uomo, circa. Questi vedendo vascelli, a sentire li cavalleri, sparano un tiro grosso et fanno fuoco o fumo e avvisono pure del numero de li vascelli scoperti et rispondono alli segni che fanno li altri. Lontano dalli magazeni tre miglia è un loco detto mongiovia che se pure la estate quando sogliono mettersi le guardie vi si mandano dui pedoni in una rocca alta, li quali, in veder vascelli fanno un fuoco e fuggono gridando salva, salva, et vedendo segni l'altre guardie respondono conformi e sono pagati dalla città di Patti ad once una al mese per uomo. Segue lontano dalla detta un miglio, una cala detta ciafaglione, dove la città ni manda due uomini a guardia, di estate et d'inverno, notte e giorno stanno sopra una rocca. Pagali la città dal patrimonio ad una onza al mese per uomo et fanno la stessa guardia de li altri due detti. Di più lontano un miglio in circa da lo ciafaglione ci sta la Ecllesia de lo Tindaro, nella quale ci stanno due guardiani, tutto l'anno notte e giorno, uno pagato dal Vescovo di Patti e l'altro dallo casale de li novizi, che è pure del vescovato, sono pagati ad onza una lo mese e fanno li segni a li guardie che lo sopra detto. Farsi guardia di più e di dui huomini allungata nel luogo detto la Rocca bianca et questa va allungata. Nella città si fanno guardie pure di sopra le mura, in quaranta persone in circa in questo modo che: il capitano d'armi comanda ai capitani delli quaftieri, a uno per volta che faccia fare la guardia del suo quartiere, il quale comanda alli particolari, li quali vedendo lo segno lo fanno intendere al capitano d'armi, et lui fa uscire genti dalla città secondo il bisogno che sente, et questo fa solo quando vi è capitano d'armi, e non altresì! Tutta questa marina è del Vescovo et va con le rendite del Vescovato, levari alcune piccole tenute di diversi pafticolari però di poco rendimento. Sarà bene fare una torre alla cala detta fetente lontano dal capo Calavà circa due miglia, la quale sarà nel territorio di Gioiosa e facciamo della minima spesa per essa in luogo alto che sarà di onze 60. La torre delli magazzeni è di buona fabbrica e sebbene stia in luogo basso nondimeno per sicurtà del barcareccio e per sua vista della città quando si facci la sopradetta con la quale si potrà corrispondere, sarà bene consirvare la sua guardia. Servari dentro un mezzo sacco con dui smerigli di piombo e un maschio di ferro, et è lontano dalla fetenti 4 miglia. Sarà bene allo loco detto Mongioia pure fare un'altra torre de la minor grandezza, la quale non accrescerà altra spesa che la fabbrica, poiché vi stanno per ordinario le guardie e sarà lontano 3 miglia de la sopra detta. Un'altra pure se ne potrà fare a lo loco detto lo ciafaglione pure della minor grandezza e come l'altra ad accrescere altra spesa che della fabbrica poiché per ordinario vi suole star guardia e sarà lontano da la Mongioie circa un miglio.
Un'altra sarà bene farne pure della medesima grandezza sopra al capo de lo Tindaro imperocché la Chiesia non guarda il capo venendo posta più dietro verso Melazzo in luogo che non è di tanto gravame in quanto sarebbe nella propria punta».






©2003 Gibyx - Sito realizzato da Rosario Gibilaro