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Diana Facellina

Poco o nulla ci è concesso di conoscere sul "Templum Facellinae Dianae". Le notizie, se così si possono chiamare, ci vengono tramandate essenzialmente dalla mitologia o dai riporti di storici, a sostegno dei quali non vi sono documenti o reperti archeologici. Pur tuttavia, allo scopo di dare un contributo alla ricerca verso la quale molti si sono impegnati, tenterò, con i supporti cartacei disponibili, di dare risposte ai quesiti posti, utilizzando soprattutto le mie recenti scoperte archeologiche. Ho voluto anche dare giustificazione e senso agli stessi ritrovamenti e alle memorie che gli anziani di certe zone del territorio pattese hanno avuto tramandate. Prima di intraprendere la disamina sulla ubicazione e sulle funzioni del Diana Facellina, occorre precisare che nella terminologia latina classica è impossibile trovare il vocabolo Phacellina o Phoecellinum o comunque termini che possano condurci ad essi in genere. Mi sembra pure opportuno fare un excursus su quella parte di mitologia che ci può introdurre in temi che possono ipotizzare l'esistenza della località oggetto della presente ricerca. Secondo la leggenda di Oreste, trattata dai drammaturghi greci Eschilo ed Euripide, lo stesso, resosi colpevole di matricidio per aver assassinato la propria madre Clitennestra, onde ottenere il perdono degli Dei, fu condannato dalle Erinni a recarsi in Taurica per riportare la statua di Artemide colà trafugata. Con l'aiuto della propria sorella Ifigenia, sacerdotessa del tempio, nottetempo riuscì a rubare la statua mascherandola in una fascina di legna. Con il prezioso bottino approdò così nella Trinacria e sbarcò a Tindari.

Gli abitanti del luogo accolsero la statua con grandi festeggiamenti e in onore della Dea eressero un tempio che denomineranno Phacellinum, appunto per la singolare situazione nella quale era la statua al momento del suo arrivo a Tindari. Per la verità non si capisce bene perché taluni studiosi abbiano fatto sbarcare Oreste a Tindari. Forse perché in questa città tutto gli era familiare e quindi si sentiva nello stesso tempo più protetto e più vicino al perdono degli Dei? Tindari aveva, infatti, elevato i Dioscuri Castore e Polluce a propri protettori ed i due erano fratelli di Clitennestra, madre di Oreste. Essendo comunque infiniti gli intrecci e, nel nostro caso, le vie della mitologia, pare opportuno assecondare tale ipotesi e considerare le disavventure di Oreste un altro elemento di supporto per sviluppare una tesi sulla localizzazione del "Facellinae Dianae". Fino ad oggi non è stato possibile rintracciare tale tempio. E' probabile che esso sia ancora coperto insieme con le altre vestigia di Tyndaris. Alcuni autori sostengono invece che il tempio sia stato realizzato fuori dalla città e addirittura in terre più lontane, a monte di Milazzo. Che senso possa avere una supposizione del genere, non ci è dato di capire. Certo è che appare quantomeno strano che una devozione così forte e radicata verso Diana abbia potuto suggerire ai Tindaritani di erigere un tempio lontano dalla propria città. Non è da sottovalutare inoltre che fra Tindari e Milazzo vi era "
Abacenum" (importante e antichissima città ubicata nei pressi dell'odierna Tripi), ragion per cui appare impossibile che i Tindaritani erigessero qualsiasi cosa in un'area che non fosse sotto la loro giurisdizione . Infine, ci sembra molto più logico che i Tindaritani, anche se avessero voluto costruire un tempio fuori le mura, l'avrebbero realizzato sicuramente in un luogo molto più vicino e nel territorio posto sotto il loro controllo. Resta da stabilire la provenienza del termine "Facellina". Tornando alla leggenda di Oreste, è possibile che tale denominazione sia stata forgiata dai Tindaritani.

Ma sono probabili almeno altre due ipotesi. La prima, che il termine "Facellina" provenga da fax-facis, che significa torcia, punto luminoso; e se lo riferiamo ai fari posti allo stomas del Nauloco, essendo questo l'unico accesso da mare, poteva indicare la strada verso il tempio. La seconda, che derivi da fascis=fascio, simbolo del potere e della potestà dominante. Quest'ultima ipotesi è praticabile, se pensiamo che il Diana Facellina, come ho precentemente detto parlando del Nauloco, era un centro di potere economico, politico e religioso. Appresso vedremo quale di queste origini è più confacente con l'ubicazione della località e con la sua destinazione, in funzione soprattutto ai servizi dati a tutto il territorio. Strettamente connessa al Diana Facellina è la leggenda degli stabula Solis boum (i pascoli delle vacche del Sole). Di questa seconda leggenda parla Omero nell'Odissea (XII, 333 ss.). Ulisse, una volta superati Scilla e Cariddi, approdò sulle coste settentrionali della Sicilia. Lasciati i suoi compagni presso la nave, si inccamminò verso l'interno dell'isola per supplicare gli Dei affinché gli dessero lumi sul come ritrovare la rotta per la navigazione. Prima di allontanarsi raccomandò ai suoi compagni di non toccare le vacche sacre al Dio Sole. I compagni cedettero alle lusinghe di una facile ricchezza e commisero il delitto. Fin qui, per sommi capi, il racconto di Omero, ma sorge spontanea ed immediata una considerazione: è logico che rubando delle semplici vacche, anche se sacre, Euriloco e compagni potessero cambiar vita, nel senso di trasformarla economicamente? Certamente no. Tuttalpiù le bestie potevano servire per sfamarsi durante la lunga peregrinazione, ma giammai avrebbero potuto dare loro ricchezza e non farli morire in miseria. Allora queste vacche sacre erano veramente animali o, invece, trattavasi di qualcosa di più prezioso, indicato nel poema figurativamente come "vacche sacre al Dio Sole"? A me sembra più logica questa seconda ipotesi.

Di prezioso a quell'epoca, e per navigatori erranti, poteva essere tutto ciò che in commercio assumesse valore maggiore rispetto a prodotti di normale scambio. Nella fattispecie è logico pensare a dei pani provenienti da colate metalliche di rame, bronzo o argento, anche perché, sempre secondo il racconto di Omero, le vacche furono sistemate nella stiva della nave, e si capisce bene che, se fossero state veramente animali, una sistemazione di un numero di bestie, talmente elevato da cambiare la vita di tutti i compagni di Ulisse, non sarebbe stata certamente possibile. Non è da sottovalutare, inoltre, il fatto che i pani di metallo che uscivano dalle colate avevano forme tali da' ricordare pelli di bovini . Assodato che le vacche avrebbero potuto essere in effetti oggetti preziosi e prodotti provenienti da una fonderia, cercherò di fare un'ipotesi sull'individuazione del sito ove questa potesse essere ubicata. Per localizzare il Facellinum ho analizzato le denominazioni delle località in prossimità del Nauloco, cercando di risalire alla loro origine attraverso un esame etimologico, dopo aver cercato di rintracciare testimonianze circa la possibile esistenza di un insediamento antico che potesse suffragare la mia ipotesi. Oltrepassando il sito nel quale ho ipotizzato l'ubicazione del Nauloco, in contrada Sipio, sono entrato nel torrente Timeto e percorrendo la strada che, secondo me, ricalca il tracciato della Consolare Valeria, mi sono recato in località San Cosimo del comune di Patti. Dalla ricostruzione etimologica della parola "Sipio", dal greco Σιπνϊς che significa "arca" può risalirsi a: cassa, cassapanca, forziere. Dalla ricostruzione etimologica della parola "Timeto", dal greco Τιμάω oppure Τιμέω che si traduce in "rendere onore", ovvero ancora Τιμή onore, offerta, doni, può desumersi che per quella via, cioè il Timeto, potevano portarsi offerte, doni a qualcuno.

Nella contrada San Cosimo, ad una prima ispezione in superficie, sono apparsi cocci ceramici ricoprenti un periodo che va dal XXII-XX sec. a.C. fino al II°-IV° d.C., fra cui il componente di una collana preistorica in terracotta (vedi foto ), il fondo di un pithos (vedi foto ) e componenti costruttivi di tombe appartenenti a necropoli di vario periodo. Scavate nella roccia, nel centro dell'abitato, si possono ancora vedere due tombe del tipo a "grotticelle", presumibilmente risalenti al XIX° sec. a.C. Gli anziani della contrada raccontano che fino a quarant'anni fa, nella chiesetta, sita a circa 20 metri dalle tombe di cui sopra, vi era un accesso a delle gallerie, che si diramavano in direzione sud ed ovest. Alcuni di essi sono entrati e le hanno percorse per un tratto, perché crolli della volta le avevano ostruite, impedendo di proseguire oltre. Sempre gli anziani hanno avuto tramandata dai propri avi la notizia che in quella località vi fosse una città di nome "Trois" .

Senza sottovalutare tutte queste indicazioni, ho ampliato le ricerche, avendo conferma circa il ritrovamento di monili, anfore e presumibilmente di corredi funerari, venuti alla luce nel corso dei lavori di costruzione dell'attuale strada di accesso alla frazione venendo da Masseria. Il sig. Francesco Scalia, che allora seguiva i lavori di sistemazione della strada per conto dell'Amministrazione provinciale di Messina,mi ha riferito che durante lo scavo della trincea sono venuti alla luce una grande quantità di cocci di ceramica, un'anforetta decorata, della quale non si ha più traccia, dei pani in terracotta del diametro di circa 50 cm, due tombe scavate nella roccia nella zona immediatamente a valle della scuola. Una volta sparsasi la notizia, sul luogo si è recato l'affossatore del cimitero di Patti, sig. Grecoli Rosario, ormai deceduto, al solo scopo di comporre i resti umani venuti alla luce, e procedere all'inumazione nel cimitero. I materiali di riporto provenienti dallo sbancamento sono stati riutilizzati per la formazione di un tratto di rilevato, poco più avanti. Correva l'anno 1958.

Negli anni '60 si è avuta notizia del ritrovamento di una serie di tombe del tipo a "cappuccino" in occasione dei lavori di costruzione della scuola elementare. Per ignoranza o per convenienza, tutto è scomparso e la notizia non è stata data a chi di competenza, provocando la perdita sia dei reperti sia della possibilità che gli studiosi avrebbero avuto per far luce su un insediamento del quale probabilmente oggi sapremmo già molto. Partendo comunque dal principio che a ogni necropoli corrisponde una città e viceversa, sono certo che nella località San Cosimo vi doveva essere un insediamento urbano sin dalla preistoria. E' auspicabile che gli organi tutori facciano le dovute ricerche. Nella parte del tracciato della Consolare Valeria sito a circa 200 m dal torrente Timeto, sulla sponda orientale di quest'ultimo, è stata ritrovata, sempre da chi scrive, in superficie, un'altra serie di cocci in terracotta, la cui provenienza, molto probabilmente, può essere riferita o ad altre tombe ovvero a una discarica. Con un quadro della situazione così articolato, possiamo ora tentare di ricomporre tutte le parti di un mosaico che, una volta completato, potrebbe rappresentare una ipotesi a dir poco suggestiva. Questa affascinante soluzione incoraggia a verificare se il Diana Facellina potesse essere ubicato nella contrada San Cosimo o negli immediati paraggi. Per cercare di comporre il variegato paesaggio, cercherò di mettere in ordine tutti gli elementi già descritti.

1. Diana Facellina doveva essere nelle vicinanze del Nauloco: nella mia ipotesi verrebbe ubicato immediatamente a monte di esso.

2. I compagni di Ulisse avrebbero trafugato le vacche sacre che, in effetti, potevano essere oggetti preziosi. Come tali, questi dovevano essere custoditi in un luogo sicuro come un forziere che sicuramente era ubicato in prossimità del porto. L'attuale contrada Sipio (forziere) è esattamente quella nella quale ho individuato il Nauloco.

3. Subito a monte del porto passava la Consolare Valeria, il cui tracciato verso oriente attraversava la contrada San Cosimo.

4. La denominazione "Timeto" del torrente potrebbe, come abbiamo visto, significare "portare doni".

5. La foce del Timeto e il Nauloco costituivano l'unico accesso dal mare alla zona; una volta oltrepassato il porto, ci si immetteva nella Consolare Valeria, risalendo la quale si giungeva al tempio.

6. Sia la Consolare Valeria sia la contrada San Cosimo sono interessate da insediamenti archeologici che coprono un periodo che va dal XXII-XX sec. a.C. fino al II-IV sec. d.C.; quindi risulterebbe comprovata una continuità di vita in tutta l'area.

7. Le storie raccontate dagli autoctoni, se si avessero altri riscontri, potrebbero confermare l'ipotesi.

8. Considerato che le vacche del Dio Sole non erano bestie ma oggetti preziosi, nell'area non era assolutamente necessario avere grandi estensioni di terreno destinate a pascolo.

9. Le gallerie, delle quali gli abitanti della contrada sostengono l'esistenza, potrebbero essere in effetti miniere. Geologicamente parlando, nelle rocce metamorfiche non vi è di solito abbondante presenza di materiali ferrosi, ma può verificarsi spesso che in determinati settori (filoni pegmatitici), là dove queste rocce sono state esposte ad elevatissime temperature, quindi a fusione e ricristallizzazione, esse si trasformano in minerali differenti dagli originali. In questi filoni, talvolta inglobati nelle rocce metamorfiche, è possibile trovare ed estrarre materiale ferroso. Non è da sottovalutare, inoltre, che nel territorio pattese sono state accertate presenze di antimonio e di rame. Mentre si hanno notizie certe sull'attività estrattiva dell'antimonio, nulla risulta per il rame. Ciò comunque non vuol dire che nei millenni scorsi tale attività non fosse stata effettivamente praticata.

10. Quando Ulisse lasciò i compagni e si addentrò nell'isola per cercare di avere lumi dagli Dei, racconta Omero, purificò le sue mani là dove c'era un riparo sottovento. La contrada San Cosimo è circoscritta da colline che la proteggono e la riparano dai venti dominanti, che in questa zona sono quelli del quadrante di nord-ovest.

11. I Tindaritani, quando costruirono il Tempio in questione, ammesso che, non l'abbiano fatto dentro le mura della loro città, lo eressero sicuramente in una zona vicina, di facile accesso e in territorio soggetto alla loro potestà, quale era appunto l'attuale San Cosimo.

12. Si racconta pure che Agrippa, dopo la vittoria su Pompeo, con tutto il suo stato maggiore si sia recato al Tempio di Diana per ringraziarla della vittoria concessagli. Quale miglior posto se non uno vicino a Tindari, dove egli era attestato, e nello stesso tempo vicino al Nauloco dove sconfisse Pompeo?

Mi sembra che, a questo punto, il mosaico possa essere completo e possiamo localizzare il Diana Facellina nella contrada San Cosimo. Per rendere più chiara l'organizzazione dell'intera zona, ho ricostruito i vari insediamenti nella figura . Ritengo così di aver esaurito il mio compito. Sta ora agli storici e agli archeologi verificare se questa fantastica e suggestiva ipotesi possa avere supporti concreti e documentati, non fosse altro per dipanare una questione che, fra miti e leggende, ha interessato parecchi studiosi sin dallo storico siciliano Timèo, senza tuttavia riuscire a trovare posto nella storia ufficiale.


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