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Il Nauloco

Nel 36 a.C. nel golfo di Patti si svolse una celeberrima battaglia navale fra le forze di Ottaviano e quelle di Pompeo . Lo schieramento iniziale vedeva la flotta di Ottaviano al comando del genero Vipsanio Agrippa, stazionata alle isole Eolie, mentre la flotta di Sesto Pompeo occupava la costa siciliana nel tratto compreso fra Capo Tindari e il Peloro. Quest'ultima località non deve intendersi con riferimento allo stato geografico attuale (capo Peloro di Messina), giacché troppo distante dalla zona di operazione. Per percorrere lunghe distanze, specialmente in periodo di guerra, nel caso fosse stato necessario spostare truppe, dove era possibile, si preferivano i percorsi terrestri. Nel caso specifico, Ottaviano per assalire Pompeo doveva spostare l'esercito accampato nel territorio di Taormina. Era logico che lo spostamento avvenisse mediante percorsi terrestri, come di fatto avvenne. Quando le condizioni gli furono favorevoli, Agrippa dalle Eolie mosse con le sue navi, buona parte delle quali di grosso tonnellaggio, contro Pompeo, che nel frattempo aveva raccolto una flotta di ben 145 navi quasi tutte leggere.

La battaglia vide soccombere Pompeo che, con quel che gli restava della flotta, riparò nel Nauloco . Agrippa, approfittando dello sbandamento dell'avversario, sbarcò rapidamente a Tindari e ne fece il proprio caposaldo in terraferma. In tutti questi secoli gli storici si sono, giustamente, affannati nel cercare di individuare la località chiamata Nauloco, giacché nessuno storico antico ha dato descrizioni sufficienti a poterne individuare con certezza il sito. Con gli appunti che gli studiosi ci hanno tramandato e con le ricerche fatte appositamente in questi anni, ho tentato di capire dove potesse essere localizzato l'importante approdo. Sulla scorta anche delle vicissitudini belliche e dell'analisi della dinamica dello scontro navale fra Agrippa e Pompeo, appare fin troppo chiaro che la battaglia si sia svolta sulla direttrice che ha come punti centrali il porto di Tindari sulla costa Sicula e Vulcano sulle isole Eolie. Proiettando sulla costa siciliana un'ipotetica perpendicolare che ha la sua origine al centro del teatro della battaglia, la zona che ne corrisponde è quella posta a nord-ovest di capo Tindari, cioè immediatamente a nord della città di Patti.

Appare illogico, infatti, che due flotte che partono da Tindari e da Vulcano, possano darsi battaglia fuori dal golfo di Patti. D'altronde il semplice fatto che dopo la pugna le flotte si ritirano nello stesso porto di Tindari e in quello del Nauloco induce a ritenere che i ricoveri più prossimi fossero proprio questi due. Pensare, inoltre, che il Nauloco potesse essere ubicato fra Tindari e capo Milazzo, appare profondamente errato, soprattutto strategicamente. Infatti, partendo dal punto ove si è svolta la battaglia, chiunque avesse dovuto rifugiarsi o comunque riorganizzarsi, sapendo che l'avversario era nel porto di Tindari, non avrebbe pensato mai di passargli davanti, ma, piuttosto, di riparare in un posto non a vista e, rispetto a quel porto, protetto. Ne consegue che il Nauloco dovesse necessariamente essere ubicato ad ovest di Capo Tindari.

Secondo quanto ci tramandano gli storiografi antichi, la località denominata appunto Nauloco faceva parte di un più vasto territorio chiamato dell'Artemisio, dove cioè predominava il culto per Artemide, la Diana dei Romani. Di tale area il centro vitale e propulsore era l'impianto templare di Diana Facellina (templum Facellinae Dianae). Nelle lacunose ed incerte indicazioni degli storici e nei riferimenti che essi fanno ad episodi politici e militari avvenuti in questa zona non vi sono indicazioni precise circa l'ubicazione di questa ultima località. Chiaro risulta, però, che essa aveva attinenza col Nauloco, vuoi per la vicinanza, vuoi perché sotto la sua influenza politica e soprattutto economica. I luoghi descritti nel presente studio hanno delle caratteristiche non certo singolari, ma indubbiamente selettive rispetto alle località finora indicate presuntivamente in vari testi. Pertanto, in queste pagine cercherò di dimostrare una tesi che, a sostegno della propria validità, ha dei supporti tecnici e documentali provenienti da ricerche fatte da me in questi ultimi anni.

Prima di procedere ad ipotizzare i siti del Nauloco e del Diana Facellina è opportuno descrivere, almeno sinteticamente, le strutture presenti nei luoghi e le finalità che tali importanti centri avevano. Il Nauloco era un porto protetto ed ovviamente chiuso con una o più chiostre o saracinesche spalmate di pece, per cui presero anche il nome di cleiseis. Il punto più stretto era di solito segnalato da un fuoco o da una lanterna, ricavata in grosse buche scavate nella roccia, nelle quali si accendevano dei fuochi a mo' di faro per i naviganti. I fianchi erano protetti da torri per le guardie. L'imbocco (stoma) era non molto largo e posizionato fra protezioni naturali. In fondo si trovava il porto vero e proprio al riparo dai flutti e di facile protezione (muchos). Il porto, al suo interno, era organizzato in maniera da poter ospitare le navi, costruirle e, quando necessario, ripararle. Molto spesso il muchos era in acque relativamente poco profonde, in quanto era molto più semplice e più sicuro realizzare l'opera presso le foci dei fiumi, se a loro volta queste erano protette da formazioni naturali. La piana che da Milazzo (nella quale si è tentato fino ad oggi di localizzare il Nauloco ) si estende fino a Capo Tindari, non presenta condizioni geomorfologiche tali che possano far supporre, anche prima della sua completa formazione, la possibilità dell'esistenza di strutture naturali con le caratteristiche sopra menzionate. Questo è un altro dei motivi che inducono a ipotizzare l'ubicazione del Nauloco a occidente di Capo Tindari. Andiamo ora a esaminare la situazione orografica della vallata esistente fra Monte Giove e Capo Calavà.

E' questa una valle di recente formazione alluvionale, poggiante in alcuni punti su rocce, in altri su argille di vario tipo. Le formazioni rocciose o argillose assumono nelle carte geologiche una sorta di forma ad imbuto, la cui parte più stretta si trova nel torrente Timeto all'altezza dell'attuale ponte sulla SS 113 , in località Case Nuove Russo. Ricostruendo una sezione geologica della zona immediatamente a monte del ponte, risulta che i depositi alluvionali, geologicamente non databili, hanno uno spessore di circa 32-35 metri nella zona centrale. Di conseguenza il terreno roccioso e argilloso sul quale poggiano gli alluvionali si riscontra a quota assoluta di 8-10 metri, che risultano sufficienti per far galleggiare navi di piccolo e medio tonnellaggio, quali erano le imbarcazioni del periodo greco-romano . E' da tenere conto (come peraltro detto nel capitolo nel quale si tratta della Consolare Valeria) che in quei tempi l'entroterra siciliano era ricchissimo di foreste, gli attuali torrenti erano fiumi e che era irrisorio il trasporto verso valle di materiali alluvionali. Questo fenomeno infatti è nato e si è sviluppato man mano che le colline venivano disboscate. I versanti perdevano così la loro naturale armatura costituita dalle radici degli alberi. E' pure probabile che la presenza di un cantiere navale potesse trovare giustificazione dall'esistenza di grandi quantità di alberi di alto fusto e che indirettamente anche il disboscamento abbia contribuito al progressivo insabbiamento del porto. L'esistenza di una insenatura profonda e comunque molto più accentuata dell'attuale è rilevabile dalle carte topografiche della Sicilia antica .

Dalla sovrapposizione delle carte che riportano la situazione dal I sec. a.C. fino ad oggi, si vede chiaramente la progressiva riduzione dell'insenatura fino ai livelli attuali. Risulta chiaro che il trascinamento a valle di materiale detritico-alluvionale ha provocato il progressivo insabbiamento del porto. Un tale fenomeno, anche consistente come quello in esame, può completarsi nel giro di pochi decenni . Per una più chiara visione della zona, basta osservare la cartina geologica , nella quale sono pure riportate le condizioni orografiche dell'area. L'imbocco al porto era costituito da un passaggio obbligato formato da due colline rocciose (monte Russo e monte Perrera) con pendii in forte declivio verso il torrente. Questo passaggio poteva essere benissimo lo stoma. Superato questo, immediatamente alle spalle di monte Russo, vi è un'ampia insenatura naturale, chiusa a sud da un'altra formazione rocciosa, più alta della prima e dalle pareti più ripide; stesse condizioni si trovano ad est dell'imbocco. Tutta quest'area poteva benissimo essere il muchos. Questa zona oggi viene chiamata Sipio . In cima ai monti Perrera e Russo ho rinvenuto due fosse dalle dimensioni di m 5x4, profonde m 3,50, scavate nella roccia arenaria. Dalla posizione delle buche si domina completamente sia l'area a nord, cioè lato mare, sia la zona del muchos (vedi foto ). Dalle prime ispezioni fatte tra i rovi e una fitta vegetazione mediterranea, è stato possibile vedere, sul monte Perrera, una serie di scale e di pianori scavati artificialmente nella roccia. Tutto l'impianto, ancora in ottime condizioni, ha l' aspetto di un piccolo sistema per la guardia e la trasmissione di segnali, oltre a svolgere la funzione principale di indicazione del porto (vedi foto ).

Sul posto e nella piccola valle immediatamente a ridosso di esso, lato sud-est, in superficie, ho raccolto cocci di terracotta provenienti da tegole e da vasi di varie dimensioni, che si possono far risalire, da un sommario esame, ad un periodo che va dal IX sec. a.C. al II sec. d.C. Reperti simili sono stati rinvenuti pure nella fossa dopo il suo disboscamento: sono testimonianze quantomeno di una frequentazione con presenza continua, come richiedevano le necessità militari dei luoghi.
Parlando della Consolare Valeria, ho sostenuto che il suo tracciato si sviluppava nell'entroterra ed attraversava il torrente Timeto in località Ponte Vecchio, che si colloca immediatamente a monte della presunta zona del Nauloco, in terreno poco acclive e quindi adatto per installare accampamenti militari. Tornando alla battaglia fra Pompeo e Ottaviano, prima dello scontro finale Pompeo, sconfitto già la prima volta da Agrippa, fece arrivare rinforzi via terra, attraverso la Consolare Valeria. Queste truppe si attestarono nella zona dell'Artemisio immediatamente alle spalle del Nauloco. Pertanto, a supporto dell'iniziale tesi, coincidono il percorso della Valeria e la possibilità che il grosso delle truppe di Pompeo, accampato dietro la collina a sud del porto, rimanesse protetto da eventuali sorprese da parte di Ottaviano.

Accertata l'esistenza delle reali condizioni per l'allocazione del Nauloco, per completare il quadro complessivo del territorio riflettiamo su come fossero organizzate le aree su di esso gravitanti e che destinazione avessero. La valle, della quale il centro era il Nauloco e il Facellinae Dianae, era quella compresa fra Capo Tindari e Capo Calavà, delimitata dagli storiografi, da Capo Tindari da un lato e dal Peloro dall'altro . Il termine Peloro, secondo me, ha innescato confusione con l'attuale Capo Peloro, ma se consideriamo che la battaglia fra Pompeo e Ottaviano avvenne nello specchio d'acqua antistante la fascia costiera come sopra delimitata, mi sembra impossibile che il Peloro cui fanno riferimento gli storici sia quello di Messina.

Questa località è, infatti, troppo distante dalla zona di guerra per essere coinvolta tanto spesso. E' invece presumibile che il Peloro o la Peloriade fosse una località più prossima al golfo di Patti. Il termine Peloris (Πελωρίς) in greco si traduce in "mostro, cosa portentosa". Pelorios (Πελωρίος) vuol dire spaventoso, mostruoso, enorme conchiglia. Peloro, in greco Pelor (Πελωρ) significa mostruoso, cosa portentosa. Guardando la costa da mare risulta chiaro che una simile denominazione poteva essere data solo all'attuale Capo Calavà, che sembra una conchiglia mostruosa di colore giallognolo. Questo promontorio è la propaggine del monte Meliuso o Melinso (Gioiosa Guardia) che dal greco Melizo (Μηλίζω) o Meleios (Μηλειζοσ) significa di colore gialliccio o colore delle cotogne, giusto il colore della rocca di capo Calavà. Come si vede, le indicazioni tratte dalla etimologia greca, porterebbero ad indicare il Peloro non a Messina ma a Capo Calavà, che fra l'altro è chiusura naturale di una vallata ben protetta, naturalmente fortificata e perfettamente idonea per l'insediamento e lo sviluppo di due importanti centri quali il Nauloco e il Facellinae Dianae.


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