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La Consolare Valeria

Parecchie sono le teorie sul tracciato della strada denominata "Consolare Valeria", come improprie, ritengo, siano le denominazioni che alcune amministrazioni locali hanno attribuito a tratti di strade che si vogliono far coincidere con l'interessante via di comunicazione romana in questione. Senza andare a interferire sulle opportunità delle scelte fatte da altri, in questa sede mi occuperò della parte del tracciato che attraversa il territorio comunale di Patti, cercando dì collegarlo ad est e ad ovest ai tracciati ricostruiti dagli studiosi . Appare legittimo immaginare che una qualsiasi strada di grande comunicazione dovesse in primo luogo attendere ad alcune esigenze primarie, altrimenti l'opera non avrebbe avuto motivo né di essere ideata, né tanto meno di essere realizzata. Indubbiamente obiettivo principale era quello di mettere in comunicazione i centri che erano considerati più interessanti dal punto di vista commerciale e militare, senza trascurare la sicurezza e la celerità del percorso. Per soddisfare queste esigenze, compatibilmente con la situazione orografica dei terreni e con gli ostacoli naturali da scavalcare, i tracciati dovevano essere i più brevi e più comodi possibile. Ritengo quindi che, per tentare di ricostruire topograficamente il tratto della Consolare Valeria, si debba partire dall’individuazione dei grossi centri da servire allora esistenti, specialmente quelli che avevano la doppia funzione di emporio commerciale e di presidio militare.

Nella fase di ricostruzione ideale della strada non vanno trascurati elementi che si valutano, se non fondamentali, certamente importanti, quali, per esempio, l'ubicazione dei centri di ristoro, dei fondachi, delle tabernae, etc. Lungo il tracciato da me ricostruito, sono stati rinvenuti resti di manufatti riconducibili al periodo romano, la consistenza ed estensione dei quali non sono paragonabili ad agglomerati urbani, ma, appunto, a fabbricati isolati, la cui posizione può benissimo far pensare ad una destinazione funzionale di servizio per i viaggiatori. Altro elemento importante da considerare è la situazione orografica delle aree attraversate. Allora la Sicilia, e specialmente la parte nord-orientale, era ricchissima di foreste e di boschi, eliminati poi progressivamente nel corso dei secoli, per recuperare legname sia per l'attività marinara che per trarre le proprie fonti di energia. Gli alberi di alto fusto trattenevano sia l'acqua piovana, che veniva poi restituita alla superficie lentamente e costantemente, sia i pendii ed i versanti delle colline. Per effetto di tale equilibrio, al posto delle attuali tumultuose e ampie fiumare, avevamo dei piccoli e non molto ampi fiumi; solo la zona della foce si allargava formando un estuario che, molto spesso, era un comodo approdo naturale. Più irte erano le colline e più estese verso il mare, più ampio e sicuro era l'approdo. Nell'area che ci riguarda troviamo ad est, immediatamente a ridosso dell'attuale paesino di Oliveri, il torrente Elicona, ad ovest di Tindari il torrente Timeto e il torrente Provvidenza o Montagnareale, che attraversa la città di Patti. Questi ultimi due sono i corsi d'acqua principali che la Consolare Valeria doveva attraversare nel territorio pattese. Ma per una compiuta visione degli ostacoli naturali che l'arteria doveva superare, è indispensabile considerare anche l'orografia dell'intera area e gli aspri promontori che costituiscono il periplo della zona attraversata. Ritenendo, come detto, che le vallate costituite da depositi fluviali non esistevano o quanto meno avevano una estensione molto limitata, e che le località da collegare erano nell'entroterra o su colline poco accessibili dal mare, è logico che il tracciato della Consolare Valeria si sviluppasse a quote relativamente alte. 

Nella nostra zona erano da collegare le città di "Tyndaris" e di "Abacenum", in prossimità dell'odierna Tripi, la località dove presumibilmente esisteva il tempio di "Diana Facellina" ed un'altra città ancora in corso di studio e di scavi individuata sul monte Meliuso o Gioiosa Guardia, a ridosso di Sorrentini, paesino del comune di Patti. Trascuriamo per ora la possibilità che sul monte Agatirso, immediatamente a sud del centro di Patti, vi potesse essere un altro insediamento urbano appartenente al territorio dell'Agatirside. Va invece presa in seria considerazione la possibilità che, a valle dell'attuale centro storico di Patti ed ora inglobato nell'area di espansione, vi fosse un altro importante centro, fino a oggi denominato "Epacten". Importanti resti di manufatti risalenti ai periodi ellenico e romano sono stati infatti individuati, anche se in maniera discontinua, nella zona che dall'attuale ospedale si estende verso il mare e verso il torrente Provvidenza. Se si osserva la carta topografica si può facilmente dedurre che la strada, immettendosi da est in località Locanda, non poteva proseguire verso il torrente Timeto seguendo il percorso della attuale SS 113, sia perché il terreno roccioso avrebbe reso difficoltosa la sua realizzazione, sia perché molto probabilmente non vi era la possibilità di attraversare il fiume senza la realizzazione di opere ingegneristiche complesse, sia e soprattut­to perché, oltrepassato il bivio di Tindari verso Patti, ci troviamo in piena necropoli. Considerando il grande culto che gli antichi avevano per i defunti, difficilmente si può ipotizzare che avrebbero distrutto delle tombe per far posto a una strada per la quale potevano esserci soluzioni alternative. Resta il fatto che comunque una arteria realizzata, anche a mezza costa, fra Tindari e il Timeto sarebbe stata troppa esposta alle incursioni marinare e quindi poco sicura soprattutto per il commercio. Tenendo conto infine che le città da collegare oltre Tindari, Agatirno, Melinso (?) e il tempio di Diana Facellina erano ubicate molto a monte, logica ed economia vogliono che il tracciato più breve fosse proprio spostato in collina. Sulla base di queste considerazioni si può teorizzare il seguente tracciato: immissione nel territorio comunale di Patti con direttrice di provenienza Abacenum, in località Locanda; risalita verso Piano Guastelli e passo Cedro lambendo le pendici del monte Pignatara , Moreri Soprani, le contrade Masseria, San Cosimo e Mortizzi e il torrente Timeto in località Ponte Vecchio.

Questa ultima denominazione trae origine da un manufatto in pietra, ad unica arcata a tutto sesto, esistente in quella zona, che allora doveva essere il punto più stretto e forse il più profondo del fiume. Dalla sponda occidentale si proseguiva attraverso l'attuale strada comunale in località Colonna - San Giovanni, ricalcando poi l'attuale via Randazzo, verso il castello, Sant'Antonio fuori le mura, Fiumitello, Monte Caruso (“Agatirso?”, stortura dialettale Cacatrusso ), Montagnareale, Bonavita e quindi il monte Melinso o Meliuso (Gioiosa Guardia). Il tratto di strada che da Locanda conduce al torrente Timeto è documentato da un olio su tela di grandi dimensioni la cui fattura può farsi risalire al XVIII sec. In questa tela sono indicati, oltre ai possedimenti dei baroni Sciacca della Scala-Vigliatore, anche i fabbricati su di essi esistenti e le strade che attraversano i vari feudi. Nel dipinto può notarsi che il tracciato dell'attuale SS 113, scendendo verso valle, non interessa alcun fabbricato o nuclei abitati significativi, mentre, al contrario, la strada che da Scala va verso il feudo Mortizzi e quindi in contrada Ponte Vecchio, oltre a presentarsi meno esposta e con un tracciato più sicuro, lambisce e serve fabbricati e manufatti ancora allora denominati: torre e case della..., torre e case di Piano Guastelli, torre e case della... Nella stessa tela si può notare che nei pressi del tracciato stradale esistevano delle torri che molto probabilmente erano di guardia e di segnalazione, poste in luoghi strategici vicendevolmente visibili. Ciò indubbiamente significava che la strada era meritevole di particolari attenzioni e per ciò di primaria importanza.

Il fatto che oggi di dette torri non vi sia traccia potrebbe anche significare che già allora erano vetusti manufatti che il tempo, l'incuria dell'uomo e la venuta meno necessità di man­tenerle in efficienza hanno concorso a determinarne la rovina. Di manufatti simili non vi è traccia intorno alla SS 113, che evidentemente era una pista locale e quindi di secondaria importanza. Al tempo del Nauloco , la strada era ubicata immediatamente a monte del porto ed era l'unica via per dar modo alle truppe di Pompeo di attestarsi presso l'approdo senza essere intercettate dall'esercito di Agrippa. Inoltre, se i Tindaritani eressero il tempio a Diana Facellina nella località attualmente denominata San Cosimo, la strada più breve per raggiungere il tempio era proprio quella con il tracciato ipotizzato come sopra. Questa mia ricostruzione è documentata da reperti rinvenuti casualmente e che riconducono al periodo romano. Ho già accennato al ponte sul Timeto ed è opportuno elencare altri elementi che supportano questa tesi . In località Gallo sono stati individuati frammenti ceramici risalenti al II° sec. a.C. e resti di manufatti su di un sito, oggi parzialmente riedificato, a poca distanza dall'asse stradale in questione e per ciò stesso idoneo per una taberna.

Poco a ridosso del letto dei Timeto, sul monte Santo Stefano, sono state rinvenute tracce di insediamenti, come testimoniano cocci risalenti a vari periodi e addirittura qualche struttura muraria salvatasi dalle frequenti arature. Ed ancora in contrada Fiumitello sono stati rinvenuti cocci ceramici di epoca romana, frammenti e materiale da costruzione riutilizzato in altri fabbricati dei quali rimangono solo i ruderi.La strada poi lambisce il monte Caruso. Il Sardo Infirri sostiene la tesi, peraltro condivisibile, che in effetti l'attuale denominazione "Caruso" (e quella dialettale Cacatrusso) sia frutto di un compromesso, ma che la località si chiamava originariamente "Agathos thiasos" in omaggio a Bacco, e che verosimilmente nella zona potesse esistere un importante centro abitato dell'Agatirside (XII-XI sec. a.C.). Che la zona fosse comunque abitata in epoca ellenistica e romana è provato da scoperte casuali di monumenti funerari di varia epoca come la tomba del periodo tardo ellenistico rinvenuta in località Bonavita, le anfore greche portate alla luce durante i lavori di costruzione del cimitero di Sorrentini, oltre alla necropoli ellenica individuata immediatamente a monte dell'abitato della succitata frazione. Ovviamente, il tracciato della Consolare Valeria come sopra delineato è una ipotesi; la sua definitiva conferma potrà avvenire soltanto quando sarà possibile avallare con le dovute campagne di scavo la valenza archeologica di tutti i siti sopra descritti. E' chiaro che non sarà cosa né semplice né rapida, ma l'illusione che possa dirimersi la questione in maniera definitiva, in virtù anche delle sollecitazioni e delle provocazioni che la tesi testé descritta può suscitare, è sufficiente ad appagare questo lavoro.


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